una intervista 

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Donatella Signetti

Intervista dicembre 2006

la Guida, settimanale cuneese.

1. Prima de “Il seminatore” che parte aveva la scrittura nella sua vita?

Scrivo da quando avevo diciott’anni.

Senza dirlo, perché mi vergognavo.
Ripensando a quel che scrivevo, avevo ragione di vergognarmi.
Perché ci vuole una bella faccia tosta a pretendere di scrivere qualcosa che valga la pena di essere letto, in concorrenza con tutti i capolavori scritti nei secoli.
Allora leggevo molto, e il mio problema era questo: mi paragonavo ai grandi scrittori, non avevo ancora la modestia necessaria a scrivere sinceramente.

2. Come nasce dentro di lei l’interesse per una storia che coinvolge al punto da volere essere raccontata?


Uno scrittore professionista può scrivere decentemente su qualunque argomento.
Si siede al mattino davanti al computer e scrive. Io sono un dilettante, ho bisogno di motivazioni, di convincermi che valga la pena tribolare, magari per anni, lavorando intorno a una storia. Le motivazioni possono essere anche ragionamenti, convinzioni, ma più spesso sono emozioni, sentimenti profondi.

3. Ne “Il seminatore” racconta di diverse cose e anche di zingari, mostrandone un volto poco conosciuto. Come si pone Mario Cavatore rispetto alla “diversità” o, se preferisce, rispetto alle “differenze”?

Le “differenze” mi sono sempre piaciute.

Sono curioso, mi piace imparare, e da chi è diverso da te impari sempre qualcosa di nuovo. Le “regole della normalità” mi hanno sempre trovato insofferente. So che servono a garantire l’ordine, sono ragionevole, ma imponendole dogmaticamente succede che si creano disastri. È tipico delle dittature imporre regole rigide e creare tabù. Guardando al passato molte delle “regole”, imposte con leggi o costumi, adesso appaiono ridicole e assurde. Faremmo bene a pensarci, giudicando regole e costumi degli altri. E faremmo bene a soffermarci a giudicare le nostre, a guardarle con gli occhi di chi è estraneo alla nostra “civiltà”. Scopriremmo che anche noi siamo prigionieri di una gabbia culturale, spesso ridicola, a volte tragica e iniqua, produttrice di ingiustizia e violenza.

4. Cosa pensa delle parole e del loro potere?

Le parole, i discorsi, la letteratura sono formidabili strumenti artificiali.
Grazie a loro l’uomo si è differenziato dagli altri animali, alle parole dobbiamo gratitudine e rispetto. Ma bisogna ricordare che servono
 

 

 

 

anche a mentire, che sono uno strumento di potere, che con un bel discorso si possono imbrogliare i più semplici, che un bravo oratore può condurre le folle a comportarsi in modo ignobile. Bisogna diffidare delle parole, sempre valutarle criticamente, resistere alla loro forza manipolatoria.


5. Un libro indimenticabile

Sono troppi, a citarne uno mi sembra di disprezzare gli altri.

6. I suoi maestri (di scrittura, di vita).

Come sopra: ho imparato tanto, vivendo e stando attento, spesso da persone che non mi ricordo neanche come si chiamavano, oppure di cui neanche ho mai saputo il nome.
Spesso non avevano nessuna intenzione di insegnarmi qualcosa, ma io li ricordo con gratitudine.

7. Il valore più importante

A parte la salute, che credo sia essenziale per tutti, la giustizia.
Per me sta sopra a tutto.
Vale per la società, per la libertà, per l’amicizia, perfino per l’amore.
È anche l’antidoto fondamentale contro molti mali: la violenza e la guerra, lo sfruttamento e la fame.

Ed è strettamente connessa a quello che gli zingari chiamano il “paciv”: parola che, tradotta malamente, significa la dignità umana, il rispetto.

8. Il suo rapporto con la politica

Faticoso, frustrante, spesso deludente. Sicuramente sto a sinistra, a causa proprio del valore giustizia. La destra ha come valore fondante la forza, il dominio dell’elite sul resto della popolazione. La destra può essere utile per la produttività, l’ordine sociale, forse, ma inevitabilmente produce ingiustizia e calpesta la dignità dei sottoposti.

9. Che genere di musica ascolta?

Tutta. È un’altra bella invenzione umana. E la mia curiosità per le differenze mi ha condotto a provare e trovare bellezza in tutti i generi, dalla lirica alla musica etnica.

10. Quanto conta l’amicizia nella sua vita?

Molto, ho molti veri amici e ne sono fiero. Anche se di natura sono un solitario e sto bene con me stesso e coi miei pensieri, so quanto contano gli altri nella mia vita, come nella vita di tutti.


 

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