La Stampa “NORDOVEST” domenica 4 aprile 2004

 

TECNICO DI CUNEO FIRMA

IL ROMANZO  «IL SEMINATORE»

Si è scoperto scrittore a 57 anni con un giallo pubblicato da «Einaudi»

Da martedì nelle librerie di tutta Italia. A maggio la presentazione nella rassegna «Leggere per non dimenticare» che si terrà a Firenze


Piero Dadone

 

E

sce martedì in tutte le libre­rie italiane, per i tipi della prestigiosa casa editrice Einaudi, il primo romanzo dell'au­tore cuneese Mario Cavatore, intitolato «Il seminatore».

 Si trat­ta di un «romanzo civile», come recita il risvolto di copertina e racconta la storia di una vendet­ta «genetica». Un vero e proprio«giallo», con tanto di colpo di scena finale, ambientato in Sviz­zera dagli Anni Trenta fino ai Settanta, ispirato a vicende real­mente accadute quando nella repubblica elvetica operava un’istituzione denominata «Bambini della strada», apparen­temente a carattere filantropico, in realtà con lo scopo di elimina­re gli esseri «devianti», come ad esempio i nomadi. Un'aberrazio­ne figlia dell'ideologia imperan­te in molti Paesi europei a quei tempi, non solo nella Germania nazista.

Si tratta di un racconto avvin­cente e ricco di colpi di scena, che prevede anche un cambiamento di stile narrativo tra la prima e la seconda parte. Qualità tanto più apprezzate nell'opera prima di un autore di 57 anni, di professio­ne tecnico elettronico.

Mario Ca­vatore è molto conosciuto anche perché negli Anni Settanta fu tra i fondatori e animatori di una delle prime radio libere della Granda, «Radio Cuneo Democrati­ca», negli studi della quale orga­nizzò un concerto di Paolo Conte, già famoso come autore ma agli esordi come interprete.

Il pallino della letteratura pe­rò l'ha sempre coltivato in priva­to, lui che abbandonò la scuola a 15 anni per poi riprenderla da adulto e diplomarsi perito elettro­nico studiando da privatista. Scri­veva ma lasciava sempre tutto nel cassetto. Solo una volta fece leggere alcune sue pagine a Nuto Revelli che lo onorava della sua amicizia: «Gli portai un racconto - ama ricordare -. Dopo una settimana mi restituì il mano­scritto ricco di correzioni e di consigli e alla mia richiesta di un giudizio rispose in piemontese: «Trop dificil per mi'». Nel 1999 Cavatore legge su Il Manifesto un lungo articolo tradotto da Le Monde Diplomatique che parla­va delle vicende legate alla perse­cuzione degli zingari in Svizzera nell'anteguerra: «Quelle notizie  mi colpirono a tal punto che decisi di approfondire l'argomen­to e cominciai a documentarmi. Fu così che mi venne l'idea di una storia incentrata sulla "vendetta genetica" di uno zingaro, Lubo Reinhart, a cui hanno fatto spari­re i due figlioletti: inseminare il maggior numero possibile di don­ne dei "gagè" (come i sinti e i rom chiamano i sedentari per far rivivere l'etnia che il potere inten­deva distruggere».

La presentazione ufficale del romanzo avverrà il 10 maggio a Firenze nell'ambito della rasse­gna «Leggere per non dimentica­re», con la partecipazione del prof. Sergio Givone e del cantaurore Gian Maria Testa. Un appun­tamento cui l'autore guarda con un po' di apprensione, da piemon­tese «understateman» che, dopo trent'anni di attività, col suo socio del laboratorio si da ancora del «lei».