Tuttolibri de “La Stampa”, sabato 17 Aprile 2004
Seminando figli lo zingaro si vendica
Bruno Quaranta
C‘è una fotografia inizio Anni Cinquanta che ritrae Pinot Gallizio lungo il Tanaro, in mezzo agli zingari. Il pittore antipittore albese (ovvero la dissimmetria) si mostrava così solidale verso i nomadi, a cui un decreto vietava la sosta nella città dei ventitré giorni.
Quell'immagine è fra le possibili fonti di il seminatore, primo, intonato romanzo di Mario Cavatore. Un Faussone di Cuneo, se, come la scheda biografica ricorda, fu operaio, tecnico del suono (c'è il suo autografo nel concerto d'esordio di Paolo Conte), artigiano.
Fra le Langhe che non si perdono di pavesiana memoria (c'è una asprezza, una spigolosità pavesiana in questo «gettone») e la Svizzera Mario Cavatore tende la drammatica corda. Secondo Mat-teo 13, 3-13, l'evangelico passo che rintocca di pagina in pagina, II seminatore è una parabola.
«Per questo parlo loro in parabole, perché, vedendo, non vedono; e udendo, non odono né comprendono».
Che cosa non vedono, non odono, non comprendono? Lo stesso Cavatore spiega di aver fatto la scoperta nel 1999, leggendo «Le Monde Diplomatique», un articolo sull'Opera di Soccorso «Kinder der Landstrasse». «Figliata» dalle teorie eugenetiche -volte a migliorare la specie, la «razza» umana, come non evocare il nazismo? - l'Opera sottraeva i bambini jenisch (zingari) alle famiglie d'origine quindi educandoli (rieducandoli), trasformandoli in cittadini «perbene».
Ma non erano (non sono) gli zingari i ladri di bambini? Mario Cavatore «narra» una trista, diversa verità. Il «seminatore» si chiama Lubo. E' in caserma - sta svolgendo il servizio militare -quando subisce il sopruso. I figli rapiti, la moglie Mirana, che cerca di opporsi alla polizia proditoriamente apparsa nell'accampamento, uccisa. «Il giudice aveva decretato che, per il loro bene,
non dovevano restare con gli zingari, dovevano essere allevati in condizioni igieniche e morali adeguate».
«Mirana era morta innocente, e con lei era morta la pietà». Mirana appare in sogno a Lubo, indicandogli la via: «Vai e semina, ama tutte le donne in me, e me in tutte loro». Ed egli sedurrà e feconderà duecento volte, aspergendo il sangue «infetto». Non prima di cambiare identità, carpita a un commerciante indiano (abiti, documenti, tesoro) tagliandogli la gola e la testa (c'è, nel Seminatore, un senso fenogliano dell'azione).
Fra le donne ingravidate da Lubo, Margherita, cameriera in un albergo, rifugiatasi con il marito (entrambi originari dell'Alta Langa) in Svizzera nel '41, «per lavorare e per scappare dal fascismo e dalla guerra», in seguito dal marito abbandonata, forse «una questione di corna». Dallo zingaro - lo straniero «con denti magnifici, bianchissimi, e due canini d'oro, che suonava benissimo la chitarra» - Margherita avrà Hugo, il fratellastro di Hans.
Siamo a Lugano, a poco a poco Mario Cavatore disvela la tela «Kinder der Landstrasse», una mostruosa paideia, fra riunioni d'altetica, campi estivi, ritiri spirituali, festini «con musica, liquori, dolci, e soprattutto sesso», il trionfo della pedofilia. Un mondo corrotto che potrebbe deflagrare se solo il commissario Motti, venuto in possesso di fotografie che smascherano tanti maggiorenti della Lugano bene, non le bruciasse. Perché? L'«orso», la «Bestia» che si nasconde nello stesso investigatore, lo esige? Nella lettera che invia al giudice -una disquisizione intorno alla legge e alla giustizia - come non scorgere, nitida, l'orma di Dùrrenmatt, gli interrogativi intorno ai quali lo scrittore svizzero magistralmente vagò? «Chi è colpevole? Chi dà l'incarico o chi l'accetta? Chi vieta o chi non osserva il divieto? Chi emana le leggi o chi le infrange? Chi concede la libertà o chi la sente? Stiamo morendo di quella libertà che concediamo e che ci concediamo».