Il Mattino, 15 Luglio 2004
La violenza ha figli dappertutto, e li abbandona dove capita. In nome di se stessa e della presunzione che la sorregge forma destini malati, vittime indebitate per sempre che se ne vanno in giro per il mondo a fare del male e a subirne, senza colpa. Sospettano, in qualche modo che non sanno dire, di portarsi dietro i resti di qualcun altro, e passano la vita alla ricerca di una lingua in cui tradurre quella matassa inesplicabile di cui fin da piccoli avvertono la presenza. Qualche volta s'incrociano, si scontrano, s'innamorano, si separano. Quasi mai si riconoscono. Poche volte si parlano. Se lo fanno, è sempre dopo, è sempre tardi, e non serve a lenire il dolore.
Il seminatore, preziosa opera prima di Mario Cavatore (Einaudi, 160 pagine, 11 euro), è un romanzo di vittime. Raccontato, da vittime. Uomini e donne che pagano per altri, per il solo torto di esserci. Sono scampati a un disegno che ne aveva previsto l'eliminazione preventiva, ma non sanno chi li ha salvati e perché. E questo disagio del vivere, il non sentirsi veramente e completamente al mondo, l'insidioso imbarazzo di stare fra gli altri per errore o per caso, quel venire dalla morte, fa di loro degli esseri monchi, radicalmente bastardi e infelici, sovrastati dall'ombra di un nemico che ha compiuto il suo delitto, anche se di fatto ha perso.
La storia comincia in Svizzera, sul finire degli anni trenta. Lubo è uno zingaro a cui un progetto di eugenetica sociale teso a sopprimere il nomadismo ha portato via i due figli e ucciso la moglie, morta nel tentativo di difenderli.
"Ma perché?", è l'unica, disarmante domanda che Lubo si pone all'inizio del romanzo (e che fa rabbrividire nella sua semplicità, tanto è naturale il suo prendere forma nella nostra bocca, davanti agli orrori di cui è piena la nostra storia), prima di progettare la sua vendetta: inseminare duecento donne svizzere, per infettare lo Stato degli stessi figli innocenti che gli sono stati strappati e nessuno potrà mai restituirgli.
Da questo punto il romanzo prende le voci delle altre vittime, e sono madri e fratelli, mogli, bambini e uomini quelli che parlano e raccontano, si domandano e cercano, tentano l'avventura della vita (e, in un modo o nell'altro, falliscono), incrociano i loro destini sbilenchi, accomunati dal sospetto di venire da un dolore comune. I figli di Lubo sono nati e camminano nel mondo che non li voleva: ognuno, a proprio modo, sconterà la sua porzione di colpa.
Cavatore divide il suo romanzo per squarci narrativi usando registri differenti, dal noir al rosa, con una delicatezza sorprendente in uno scrittore al primo romanzo. La narrazione è scarna, sempre legata al corpo, al gesto che denuncia e tradisce, superando la parola e mostrandone il limite (indimenticabile il personaggio, straziante e tenero, di Martha); e capita di continuo di soffermarsi sulla pagina per riassaporare picchi di autentica letteratura, posati fra le frasi come foglietti ripiegati sulle tombe dei cimiteri ebraici.
È un romanzo, questo, che si legge d'un fiato. Qualcuno ha scritto che ha la forza trascinante di un giallo. Sarà anche vero, ma Il seminatore è molto di più. E un libro sulla colpa e l'impunità, un urlo gentile contro i crimini che rimangono impuniti per sempre.
Diego De Silva