Una storia emersa di recente nel romanzo di Cavatore, ambientato in Svizzera durante la guerra
| Lo zingaro Lubo, seduttore per vendetta
Sullo sfondo, sta l'attività della sedicente umanitaria Opera bambini della strada della Pro Juventute elvetica, fautrice in realtà d'un crudele progetto di eugenetica sociale: in nome d'una presunta scientificità e con la copertura delle leggi svizzere, strappare alle madri zingare i figli, facendoli scomparire nel nulla, affidandoli a famiglie o istituzioni, mentre i padri assolvono l'obbligo di leva (in quanto naturalizzati). Lo scopo: sradicare il nomadismo in Svizzera. A prezzo d'una generazione di ragazzi disadattati, se non addirittura delinquenti, consci della propria disappartenenza alla cultura indotta. È da questi dati storici, scoperti di recente e documentati in postfazione, che muove il romanzo d'esordio di Mario Cavatore, classe 1946, Il seminatore . Col racconto di Lubo, al quale, mentre è soldato, viene uccisa la moglie nel tentativo di sottrarle i due figli. E che, complice una visione notturna ove la moglie ha le fattezze della Madonna, in quel fatale 1939 cova una vendetta da contrappasso: inseminare duecento donne svizzere, regalando allo Stato, ladro dei suoi due figli, una ricca prole di sanguemisti. Da tale premessa il romanzo si sviluppa poi su più piani, cadenzati da citazioni della parabola del seminatore dal Vangelo di Matteo. Ci sono il piano avventuroso dai risvolti crudamente noir del primo capitolo e quello ironicamente rosa del secondo, che compongono la prima parte ( La semina ) narrata in terza persona. Quindi (ed è la centrale seconda parte, vero cuore del racconto: I frutti ), il racconto dal carcere, in prima persona, con la voce di Hans, figlio di fuorusciti italiani emigrati a Lugano: e qui si accampa anche la stramba e bella figura di Martha, ma pure la controversa ma psicologicamente ben delineata figura di Bloch (agente della Pro Juventute), e dove prende corpo anche la figura del sanguemisto fratello Walther: con vario andamento, tra grande tenerezza, tensione, risvolti persino gialli. Alla terza parte ( Il raccolto ), è affidato lo scioglimento del mistero mediante due lettere: di Walther ad Hans e del commissario Motti al giudice che ha condannato lo stesso Hans. Due scioglimenti che sono anche atti d'accusa a un sistema: pur pronunciata col profondo dolore di chi avverte la propria diversità soprattutto per comportamenti altrui, la prima; e, la seconda, come interrogazione su giustizia, colpa e connivenze. Sul sistema. E sulla naturale semina che ogni violenza e ingiustizia subita fanno germinare di conseguenza nel mondo. Un narrare dai registri anche diversi, propri d'una costruzione a puzzle e non priva di colpi di scena, pur nella scelta sostanzialmente uniforme della lingua: piana, asciutta, persino scarna. Una costruzione abile per un esordio interessante, con solo qualche rallentamento quando la narrazione, che pur ha il merito di non far pesare l'andamento da racconto-inchiesta riassorbendo la cronaca in un narrare specchio inventivo della realtà, cede talora a spiegazioni e dati, comunque offerti in Postfazione .
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