Il seminatore L'indice ...E allora la vendetta di Lubo. Rifarsi una vita senza la sua identità, senza emozioni, solo. I silenzi, quelli contratti del dolore, via via prendono forma in altri corpi. Da calderaio musicista Lubo diventa amante, non genitore, ma padre, la sua identità viene rivestita dell'identità fatta di un'identificazione con l'altro. Di un altro uomo, l'indiano afgano musulmano tedesco cattolico mercante, di cui prende i connotati, i soldi, il nome, le vesti. Allora questo suo corpo diventa quello di altri, legati ad altre vicende, di vissuti che si intrecciano in una realtà in cui potrebbero anche non trovarsi accanto, dando licenza al sogno. Ciò che raccoglie insieme questi frammenti, i vissuti, ma quelli di ciascuno, non è il tempo reale, ma quello psichico, interno: le emozioni contratte nel petto, nel ventre di Lubo; Klara e i suoi desideri; Martha e la sua paura di partecipare in qualsiasi modo, anche solo osservando, a una violenza; Hugo e la sua particolare bellezza e intelligenza da ammirare, come un riscatto perché Hugo è un fratello da preservare; ciò che ti distingue dai gagé. La Repubblica, 25 Luglio 2004 Quel che colpisce in un romanzo certamente non fluviale è l'estrema concentrazione con la quale Cavatore rappresenta lo spazio e il tempo della vicenda cambiando punti di vista, situazioni, luoghi con rapide scorciature narrative. Un ritmo serrato governa la quantità degli eventi che accadono, senza subire le lusinghe più ovvie di generi come l'horror, il thriller, il noir che in versioni nostrane stanno intasando il mercato editoriale. Nel suo stile scabro e pudico Cavatore racconta efficacemente l'orrore, il sesso, il delitto, l'ansia, il sospetto, la follia, la disperazione, la ferocia. E con imperturbabile naturalezza insinua in ogni personaggio un problema. La sua materia è l'irrazionalismo che produce il male, la cattiveria, la violenza, cioè «il legno storto dell'umanità» Enzo Golino
Michele Tortorici
blog dicembre 2009
La fine d’anno, si
sa, è epoca di rendiconti. La fine del decennio induce spesso – verrebbe da
dire: purtroppo – a rendiconti ancora più impegnativi.
In questa profluvie di giudizi decennali, sei esperti sono stati scelti da
“Repubblica” per dire la loro sui dieci migliori libri del decennio appena
trascorso. Naturalmente, sulle scelte di questi esperti si potrebbe
discutere molto, come su qualsiasi “canone” (e sarebbe inutile: mi domando
comunque perché a nessuno dei sei sia venuto in mente di segnalare quello
che per me, certamente inesperto, è il libro più straordinario del decennio
passato: Il seminatore, libro d’esordio – ma subito un capolavoro – del non
giovane esordiente Mario Cavatore). Vanity Fair, 22 Luglio 2004 Non è una parabola, niente di quell'Europa lo era. È una storia dannatamente vera, di un tempo in cui la notizia scientifica del millenovecento produceva teorie sulle razze inferiori e istigava pratiche di sterilizzazione forzata contro migliaia di cittadini di nazioni civili, dalla Svezia agli Stati Uniti. Non è poi così spiazzante constatare che leggi razziali naziste sono state prese da codici di nazioni democratiche. La scienza, sempre approssimata per difetto, per un buon periodo del secolo scorso predicò l'indegnità alla vita dei non iscritti a un suo canone di sanità e purezza. Si chiamò eugenetica. La storia del seminatore, perfetto esordio di uno scrittore adulto, scorre veloce grazie a un ritmo stringato e stringente degno di paragone con Leonardo Sciascia. Una o due volte all'anno mi capita sotto i sensi un libro da raccomandare a un amico. Stavolta questo è il mio contributo alla diffusione del morbo di leggere. Così m'iscrivo anch'io all'onorato albo dei seminatori, anche se lo spargimento è a secco e riguarda soltanto buone letture. Erri De Luca
Il Mattino, 15 Luglio 2004 Cavatore divide il suo romanzo per squarci narrativi usando registri differenti, dal noir al rosa, con una delicatezza sorprendente in uno scrittore al primo romanzo. La narrazione è scarna, sempre legata al corpo, al gesto che denuncia e tradisce, superando la parola e mostrandone il limite (indimenticabile il personaggio, straziante e tenero, di Martha); e capita di continuo di soffermarsi sulla pagina per riassaporare picchi di autentica letteratura, posati fra le frasi come foglietti ripiegati sulle tombe dei cimiteri ebraici. È un romanzo, questo, che si legge d'un fiato. Qualcuno ha scritto che ha la forza trascinante di un giallo. Sarà anche vero, ma Il seminatore è molto di più. E' un libro sulla colpa e l'impunità, un urlo gentile contro i crimini che rimangono impuniti per sempre. Diego De Silva
L’Espresso, 24 Giugno 2004 Il seminatore, opera prima di uno scrittore quasi sessantenne, Mario Cavatore, uomo dall'adolescenza inquieta e dai mille mestieri, è davvero un bel libro... ...Cavatore, che possiede una scrittura estremamente delicata, semplice e mai paratattica, ha scritto un libro che ricorda le pagine di Dürrenmatt e quelle di Agota Kristof per l’andamento giallistico della vicenda... ..."Il seminatore" è un libro riuscito che mentre racconta fa riflettere su un episodio rimosso dagli annali della grande storia, secondo una lezione che rimonta a due eccellenti scrittori di "cronaca", Mario Rigoni Stern e Nuto Revelli; allo stesso tempo è una piccola ed efficiente macchina narrativa. Marco Belpoliti
Alias, allegato al Manifesto, 18 Giugno 2004 Esordisce bene, molto bene, Mario Cavatore, e con il suo romanzo-parabola... ...Decide che in qualche misura quella storia gli appartiene, e che porta dentro di sé verità e problemi forse più grandi, sicuramente più intricati di quelli che la parola di denuncia del giornalista o quella di ricostruzione dello storico sono capaci di comunicare. Così, dalla storia documentata, «autentica», fa germinare altre storie, più o meno inventate, ognuna in conflitto con le altre, ognuna piena della sua verità. Le affida a una scrittura nervosa, asciutta, quasi sempre esatta, libera dagli automatismi, dalle macchiette e dai luoghi comuni che a volte rendono così piatte le pagine dei narratori italiani. E con questa lingua cruda ed essenziale percorre la gamma dei generi, e mobilita l'avventura, la descrizione amara della provincia, i sussulti amorosi, il noir, la denuncia, l'analisi dei tremiti e delle ferite psichiche intime, senza lasciar cadere la tensione del racconto e trascinando il lettore di pagina in pagina fino - quasi - all'ultimo... Per questo Mario Cavatore regala la sua parabola a quelli che «vedendo, non vedono; e udendo, non odono né comprendono» (Matteo, 13,13). Riccardo Bonavita
Unione Sarda, 17 Giugno 2004 Un universo di dolore e sopraffazione, di cui non c’è traccia nei libri di storia, che decretò, per molti bambini zingari, destini di pazzia, vera devianza e infelicità. Destini ai quali Mario Cavatore, con un poderoso scarto stilistico che in certe pagine raggiunge livelli di altissima capacità espressiva, dedica tutta la seconda parte del suo romanzo. I semi piantati da Lubo, così come quelli innestati dalla violenza della Kinder der Landstrasse, hanno dato frutti in esistenze comunque segnate. Teneri e indifesi, violenti e diversi, non sono i frutti del buon pastore cresciuti sul buon terreno cantato dalla mashal cristiana, ma solo figli sopravvissuti alla gramigna: alla storia dell’uomo e alle sue mancanze individuali e collettive. Il valore civile del bel romanzo di Cavatore non sta però solo nell’aver riportato alla luce i misfatti delle politiche eugenetiche razziali e un etnocidio dimenticato. Sta soprattutto nella stigmatizzazione della tendenza all’omologazione forzata della minoranza zingara. Alberto Melis Il Corriere della Sera, 24 Aprile 2004 Ci sono il piano avventuroso dai risvolti crudamente noir del primo capitolo e quello ironicamente rosa del secondo, che compongono la prima parte (La semina) narrata in terza persona. Quindi (ed è la centrale seconda parte, vero cuore del racconto: I frutti), il racconto dal carcere, in prima persona, con la voce di Hans, figlio di fuorusciti italiani emigrati a Lugano: e qui si accampa anche la stramba e bella figura di Martha, ma pure la controversa ma psicologicamente ben delineata figura di Bloch (agente della Pro Juventute), e dove prende corpo anche la figura del sanguemisto fratello Hugo: con vario andamento, tra grande tenerezza, tensione, risvolti persino gialli. Alla terza parte (Il raccolto), è affidato lo scioglimento del mistero mediante due lettere: di Hugo ad Hans e del commissario Motti al giudice che ha condannato lo stesso Lubo. Due scioglimenti che sono anche atti d'accusa a un sistema: pur pronunciata col profondo dolore di chi avverte la propria diversità soprattutto per comportamenti altrui, la prima; e, la seconda, come interrogazione su giustizia, colpa e connivenze. Sul sistema. E sulla naturale semina che ogni violenza e ingiustizia subita fanno germinare di conseguenza nel mondo. Un narrare dai registri anche diversi, propri d'una costruzione a puzzle e non priva di colpi di scena, pur nella scelta sostanzialmente uniforme della lingua: piana, asciutta, persino scarna. Ermanno Paccagnini
www.italialibri.org Un’opera prima di raro spessore questa di Mario Cavatore... Il romanzo si legge d’un fiato. I personaggi, anche quando appena abbozzati, sono vividamente ritratti. Un autore misurato ma partecipe, che non lascia dubbi sul proprio giudizio degli eventi. Tutto sommato, la parte più difficile da credere, alla fine, è quella che è stata materia di legge per tanto tempo in molti e civilissimi paesi. Maria Pia Corpaci
Tuttolibri La Stampa, 17 Aprile 2004 Mirana appare in sogno a Lubo, indicandogli la via: «Vai e semina, ama tutte le donne in me, e me in tutte loro». Ed egli sedurrà e feconderà duecento volte, aspergendo il sangue «infetto». Non prima di cambiare identità, carpita a un commerciante indiano (abiti, documenti, tesoro) tagliandogli la gola e la testa (c'è, nel Seminatore, un senso fenogliano dell'azione). Fra le donne ingravidate da Lubo, Margherita, cameriera in un albergo, rifugiatasi con il marito (entrambi originari dell'Alta Langa) in Svizzera nel '41, «per lavorare e per scappare dal fascismo e dalla guerra», in seguito dal marito abbandonata, forse «una questione di corna». Dallo zingaro - lo straniero «con denti magnifici, bianchissimi, e due canini d'oro, che suonava benissimo la chitarra» - Margherita avrà Hugo, il fratellastro di Hans. Siamo a Lugano, a poco a poco Mario Cavatore disvela la tela «Kinder der Landstrasse», una mostruosa paideia, fra riunioni d'altetica, campi estivi, ritiri spirituali, festini «con musica, liquori, dolci, e soprattutto sesso», il trionfo della pedofilia. Un mondo corrotto che potrebbe deflagrare se solo il commissario Motti, venuto in possesso di fotografie che smascherano tanti maggiorenti della Lugano bene, non le bruciasse. Perché? L'«orso», la «Bestia» che si nasconde nello stesso investigatore, lo esige? Nella lettera che invia al giudice -una disquisizione intorno alla legge e alla giustizia - come non scorgere, nitida, l'orma di Dùrrenmatt, gli interrogativi intorno ai quali lo scrittore svizzero magistralmente vagò? «Chi è colpevole? Chi dà l'incarico o chi l'accetta? Chi vieta o chi non osserva il divieto? Chi emana le leggi o chi le infrange? Chi concede la libertà o chi la sente? Stiamo morendo di quella libertà che concediamo e che ci concediamo». Bruno Quaranta
La Stampa "NordOvest", 4 Aprile 2004 Si tratta di un «romanzo civile», come recita il risvolto di copertina e racconta la storia di una vendetta «genetica». Un vero e proprio «giallo», con tanto di colpo di scena finale, ambientato in Svizzera dagli Anni Trenta fino ai Settanta, ispirato a vicende realmente accadute quando nella repubblica elvetica operava un’istituzione denominata «Bambini della strada», apparentemente a carattere filantropico, in realtà con lo scopo di eliminare gli esseri «devianti», come ad esempio i nomadi. Un'aberrazione figlia dell'ideologia imperante in molti Paesi europei a quei tempi, non solo nella Germania nazista. Piero Dadone
|
.
.
.
.
. L'africano Corriere della Sera, 11 novembre 2007 Si coglie un preciso filone negli interessi narrativi di Mario Cavatore. [...] Un narrare in cui Cavatore ripropone vari aspetti del suo primo libro: precisa documentazione in nota; meccanismo del contrappasso; andamento che coniuga tensione, tenerezza, violenza e indagine; attenzione ai contrasti sociali anche occidentali (i nuovi quartieri di Bruxelles); scioglimento affidato a due lettere. Un narrare che poggia su una scrittura asciutta e una struttura che, talora pur meccanica nel tendere all'incrocio delle due storie (più intensa l'africana; più monotona la belga), resta comunque fluida, specie nel delineare la grande Storia attraverso piccole storie. Che sono poi la sostanza: perché Cavatore cesella figure che colpiscono. Certo anche Léon e Elsa: ma soprattutto le tenere storie d'amore tra Bébert e Mariyà e Léon e Huba. Senza dimenticare la sciamana pigmea Isimbi. Ermanno Paccagnini La Guida, 30 novembre 2007 Senza tema del luogo comune si può affermare che chi lo comincia non si ferma più. La curiosità cresce, l'emozione non si allenta, a tratti spunta l'angoscia. Quando la storia prende una brutta piega, ci si augura che presto i fili si riannodino. Si arriva a sognare l'happy end gratificante. Ma "L'Africano" non è "Cuore" che strappa lacrime romantiche e Cavatore non è De Amicis. [...] Non può sognare, il lettore, scaraventato in un paese devastato dai conflitti tribali, dove la donna viene letteralmente comprata al mercato, l'infibulazione è praticata, l'eroismo dei legionari è un mito, lontanissimo dalla scia di stupri e di violenze che lasciano dietro di sé. [...] Il problema non sono tanto le armi, ma è l'uomo. Come leggiamo in una delle pagine più profonde, c'è una bella differenza tra noi e le bestie, ma ci attraversa talora il dubbio se siano meglio loro o se siamo meglio noi (ritroviamo non casualmente un'analogia con "Il seminatore", dove l'uomo vittima si accoppiava con le donne dei criminali, qui invece è la femmina animale ad accoppiarsi con il maschio assassino)...
Martino Pellegrino Tutto Libri de La Stampa, 8 Dicembre 2007 All’inferno e ritorno. Perché un paese, pavesianamente, «ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via». Sapendo che allo scoccare dell’ora incerta, l’ora dell’agonia, lo si ritroverà. Da Monforte, dalle Langhe che non si perdono, dal Ruanda, dove cova - siamo negli Anni Novanta - il genocidio, i Tutsi (i Watussi) sbranati dagli Hutu. E’ la vita fuori ordinanza di Bébert che Mario Cavatore scalpella in L’africano, una prova tesa, scarna, necessaria come il titolo d’esordio, Il seminatore, nel 2004. [...] Mario Cavatore, nell’Africano come nel Seminatore, rifugge ogni arabesco, ghirigoro, fronzolo. Scrittore-artigiano qual è (operaio, elettrotecnico, tecnico del suono, animatore radiofonico, i mestieri via via indicati sulla carta d’identità),testimonia un’umanità di vagabondi in se stessi, sentinelle di un mondo in via di estinzione, già estinto, a loro immagine e somiglianza, irriducibili solitari che nulla aspettano, tanto meno l’assoluzione. Capitani coraggiosi di stoffa conradiana? «Era diventato un po’ filosofo a modo suo, sapeva che molto dipende dal caso. Non si interessava granché alla questione del bene e del male perché di bene ne aveva visto poco, anche se ne aveva sentito parlare molto». Bébert c’est moi, Mario Cavatore lo sa. Bruno Quaranta
la Provincia di Como, 6 Marzo 2008
... dietro all'«Africano» sta - caso
unico nella nostra nar¬rativa - la tremenda guerra civile tra Tutsi e Hutu
scoppiata in Ruanda nel 1994, di cui pochissimi sanno qualcosa anche se,
ricorda scandalizzato Cavatore, per «numero di morti, è come se avessero
abbattuto le torri gemelle ogni giorno per tre mesi di seguito».
Scritti con asciuttezza e con spiccato senso del «lavoro ben fatto», i due
romanzi mettono al centro la Storia (quella con la maiuscola). Alla
"naturale" forza dell'amore che guida i destini individuali - uno dei temi
cari a Cavatore - la Storia sembra rispondere spesso con la violenza. A
generarla, è l'«ingiustizia, vera o anche solo percepita come tale, causa di
quel rancore, che crescendo diventa odio e poi ira. E l'ira trova sfogo solo
nella violenza. La parte più brutta in questo percorso, ribadisce Cavatore,
«è che l'ira è, per definizione, cieca: spesso non è proporzionata
all'offesa, e a volte non colpisce la causa reale dell'ingiustizia subita,
ma a caso, si scatena su tutto quello che trova sulla sua strada. Quando poi
si sviluppa il contagio e l'ira diventa di massa accadono disastri storici».
L'opinione di Cavatore - darwinianamente convinto della natura ferina
dell'uomo, guidato da «retaggi atavici che ci portiamo dentro a dispetto
della dittatura della ragione» - è che «per prevenire questi rischi, che
danneggiano tutti, bisognerebbe ridurre le ingiustizie reali, con
provvedimenti sociali, e confutare le ingiustizie percepite, con la cultura
e la conoscenza».
Andrea Giardina
libri e libri 14.12.2008
voto
10... Accanto a Cuore di Tenebra di
Domenico suggerisco questo bellissimo
libro.
Moderno anche nella struttura perché riesce
a dire moltissime cose in pochissime
pagine.
La struttura del libro è, secondo me,
addirittura geniale. La prosa ti dà gli
estremi della storia, le conclusioni
emergono da sole. Con questa tecnica riesce
a raggiungere una perfetta sintesi.
Quando il destino è più grande di una vita:
la storia, Colosso, Gigante miope, dove
anche le forze immense del cuore niente
possono. Drammatico granello della storia
al microscopio.
Nessuno dei personaggi è sbiadito. Da un
atteggiamento corporeo, un tic, un gesto
unito a un evento cruciale della vita del
personaggio, ne hai un'immagine sia
interiore che esteriore. Nessuno dei
personaggi è negativo. Ognuno ha i suoi
valori positivi, un progetto, uno scopo e
ognuno di essi è un esempio, un punto di
riferimento. Nessuno, però, viene
risparmiato dal dramma, dal dolore oltre il
limite, dal fallimento delle proprie
aspirazioni tanto nobili quanto normali. e
nessuno può essere risparmiato in quanto le
loro vite si sono incrociate in quel dramma
della storia. E forse, senza la storia, la
positività dei soggetti non avrebbe fatto
un percorso distruttivo. Senza spendere una
parola sul dolore, i fatti parlano e ti
lasciano il senso del dolore, un'idea sana,
misurata, proporzionata, che si imprime
oggettivamente. E fino all'ultimo nessuno
dei personaggi scade in una giustificazione
negativa, anzi, dimostra la sua positività
persistendo nell'essere sé stesso e aperto
all'amore e alla vita. Scrittore di ottimo
gusto. Tutto questo in pochissime
pagine:132. Cosa che ne esalta la bravura.
Bol.it
Umberto Narello detto Berto ha "una faccia
da ribelle, col ciuffo di traverso" nella
vecchia fotografia di classe che lo ritrae
bambino a Monforte d'Alba. Pochi anni piú
tardi il destino lo porterà a scappare in
Francia, ad arruolarsi nella Legione
straniera, a fare il mercenario, e infine,
stanco di guerre, a cercare riposo in
Ruanda, per amore di una bellissima donna
tutsi. Elsa invece lavora a Bruxelles, come
assistente sociale, e s'imbatte in un
"caso" che la tocca come nessun altro:
quello di Léon, un giovane etologo che pare
aver perso insieme alla memoria la voglia
di vivere. Nell'arco temporale di un anno,
il 1994, queste tre vite cosí diverse
casualmente s'incrociano e si confrontano,
anche nell'orrore: perché il 1994 è l'anno
del genocidio, uno dei piú atroci che la
storia ricordi. In circa cento giorni
vennero massacrate sistematicamente a colpi
di machete e bastoni chiodati quasi un
milione di persone appartenenti alla
minoranza etnica tutsi. Mario Cavatore,
come già nel suo primo romanzo, sa
ricondurre con forza la Storia alle storie
di singoli uomini, e restituire prima di
tutto dei destini, grazie a una narrazione
scarna e a un montaggio serrato. Al centro
del racconto ci sono sempre individui che
hanno un sogno destinato a incrinarsi
contro il mondo. Individui che vanno
raccontati, perché hanno davvero qualcosa
da raccontare.
topometallo.wordpress.com
Di
Cavatore avevo già letto con entusiasmo Il
seminatore, storia di zingari e di
scheletri nell’armadio della civilissima
Svizzera: mi aveva (piacevolmente)
impressionato e affascinato fin dalle prime
pagine, credo di averlo letto in una sera.
Così, quando vidi in libreria questo suo
secondo libro, lo acquistai a scatola
chiusa. E la storia si ripeté.
Per i bradisismi del mio non-arredamento,
qualche giorno fa è tornato a galla nelle
pile di libri che da anni invocano uno
scaffale qualsivoglia. L’ho ripreso, l’ho
un po’ sfogliato, e ho finito per leggerlo
tutto una seconda volta. Sempre in una non
stop serale.
Storia ben poco allegra.
Un (italiano) ex mercenario, ex legionario,
ex chissà che altro finito in qualche modo
a coltivare la vite in Ruanda, la
bellissima donna tutsi della quale si
innamora, un depresso “smemorato” belga che
vive o meglio sopravvive in un quartiere
“africano” di Bruxelles, l’immalinconita e
stanca impiegata comunale dell’assistenza
sociale che si deve occupare del suo caso.
Pochi personaggi principali che popolano
questo (tipograficamente) breve intreccio
dove i capitoli si alternano fra due
scenarî geografici e temporali, il Ruanda
del 1994 un attimo prima del massacro
genocida, e la Bruxelles di pochi anni dopo
dove riemergono le peggiori destre
flamandes e le insofferenze tra fiamminghi
e valloni si colorano di cupi riflessi
accostate alla sanguinosa guerra civile fra
tutu e hutsi.
E il breve riassunto degli avvenimenti del
1994, in una paginetta sola, graffia come
la carta vetro.
Breve ma splendido, in poche righe riesce a
definire un personaggio completo, o a
immergere nell’atmosfera di un villaggio
ruandese.
Bellissimo. |